
SK 2 – I mezzi ordinari d’indagine e quelli rivelati dall’autorità (dei Veda) sono inefficaci (in quanto presentano) impurità, dispersione ed eccessi. All’opposto, (un approccio) di miglior auspicio (implica di) acquisire la conoscenza (discriminativa) dei tre livelli della realtà, il manifesto, l’immanifesto e la realtà assoluta che tutto conosce
Proseguire il nostro viaggio verso l’origine della sofferenza implica capire meglio perché i mezzi finora considerati a tal fine siano in realtà inefficaci, come indicato in SK 1.
Acquisire tale comprensione comporta comprendere, da un lato, i limiti dei normali strumenti di conoscenza, dall’altro richiede di inquadrare meglio il reale obiettivo che si vuole conseguire tramite di essa.
Ai mezzi di vera conoscenza è dedicata la prima parte del Sāṃkhya Kārikā, in un crescendo che porterà i lettori a individuarli con precisione e a capire come utilizzarli per massimizzarne le potenzialità.
In questo secondo verso (āryā), Īśvara Kṛṣṇa sottolinea, in particolare, che anche i mezzi rivelati dall’autorità sono inefficaci per conoscere le cause della sofferenza. A cosa fa riferimento?
Non abusare dell’autorità dei Testi
Il Sāṃkhya Kārikā si colloca nel solco della sapienza dei Veda, gli antichissimi testi che riportano la “visione” tradizionale del sistema filosofico indiano, così come sarebbe stata rivelata direttamente dagli dèi ai saggi rishi.
Nonostante la sua derivazione divina, anche tale sapienza sarebbe fallace, innanzitutto in quanto “impura”. Il riferimento appare essere riferito alla pratica del sacrificio rituale degli animali, ampiamente descritto nei Veda e molto in voga ai tempi della redazione del testo di Īśvara Kṛṣṇa. Non è difficile capire che il sacrificio degli animali, seppur di buon auspicio per chi lo pratica (gli umani che lo offrivano alle divinità e i bramini che lo officiavano) rappresenti una enorme sofferenza per gli animali che vi prendono parte, destinati a perdere la vita. Sofferenza che, di fatto, renderebbe impura l’intera pratica rituale, vanificando di fatto il suo potere purificatorio sulle origini della sofferenza.
In secondo luogo, la conoscenza derivante dall’autorità dei Veda sarebbe causa di dispersione, in quanto non ugualmente accessibile da parte delle persone appartenenti alle diverse caste che componevano (e ancora compongono) la società indiana. Se i bramini hanno una conoscenza profonda e dettagliata dei testi e dei rituali ad essi legati, derivante dalla conoscenza del sanscrito e dal loro studio affrontato per tradizioni di famiglia fin da bambini, altrettanto non si può dire delle caste più basse, in generale analfabete ai tempi della stesura del Sāṃkhya Kārikā.
Da qui consegue anche un possibile eccesso del ricorso ai rituali a favore delle classi più abbienti e colte della società indiana, mentre l’effetto sarebbe molto più attenuato per quanto riguarda i benefici per le classi più povere, ritenute non in grado di retribuire adeguatamente i bramini per officiare i rituali più grandi e ricchi.
Cogliere l’essenza della realtà
Vista l’inefficacia dei mezzi già conosciuti, anche di quelli rivelati, cosa resta quindi a disposizione per rimuovere la sofferenza?
La via indicata dal Sāṃkhya è quella, molto più lunga e impervia, di acquisire un nuovo tipo di conoscenza – che potrebbe venire definita “filosofico-pratica” – sulle caratteristiche e modi di funzionamento propri dei tre livelli in cui si articola quella che viene di norma definita “la realtà”.
Quello con cui ogni essere vivente ha a che fare nella quotidianità è solo il livello “manifesto” della realtà (vyakta), accessibile tramite le facoltà mentali che percepiscono e rielaborano i messaggi captati dagli organi di senso e azione. Il livello manifesto costituisce la realtà “concreta” e “materiale” con cui s’interagisce di continuo, la più grossolana, fatta di elementi chimici per la visione occidentale o dei cinque elementi tipici di quella indiana.
Ma ci sono altri due livelli di realtà, entrambi immanifesti e progressivamente sempre più sottili.
Quello che il Sāṃkhya identifica come avyakta, il livello immanifesto, altro non è che Prakriti, la prima manifestazione della Natura ancora nella sua forma di puro potenziale energetico in cui si ha il perfetto equilibrio delle tre forze fondamentali (i guna, sattva, rajas e tamas).
A un livello ancora più elevato, più rarefatto e non descrivibile a parole ma solo sperimentabile tramite l’esperienza diretta si colloca Puruśa, la realtà assoluta da cui tutto trae origine e che tutto conosce. Tutto il proseguio del testo sarà un approfondimento di questi concetti centrali.
La cascata dei 26 evoluti del Sāṃkhya, da cui discende tutta la realtà fenomenica sarà descritta in SK3, e poi approfondita nel proseguio del testo. I primi tre āryā somo, di fatto, un condensato riassunto di tutti i contenuti del Sāṃkhya Kārikā.
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